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Inceneritori: se non ti informi non saprai mai che sono nocivi e che esistono delle alternative

La lotta contro l' inceneritore non ha padroni ed è gestita dal basso, non fa spalla a nessun partito politico, istituzione, o simili. E' una lotta autorganizzata che rifiuta ogni delega, quindi se vogliamo vincerla dobbiamo partecipare tutti/e direttamente!!

Le manifestazioni, i presidi in piazza, i volantinaggi, le assemblee pubbliche  oltre agli innumerevoli esposti e ricorsi fin ad oggi fatti sono stati possibili grazie alla sottoscrizione dei tanti e tante. AIUTACI ANCHE TU clicca sul nostro sito alla voce Sottoscrivi per fare una piccola donazione

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Velletri: l'ex cava di Lazzaria posta sotto sequestro PDF Stampa E-mail
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Velletri: l'ex cava di Lazzaria posta sotto sequestro

Velletri: l'ex cava di Lazzaria posta sotto sequestro
L'ex cava dove dovrebbe sorgere il mega impianto di trattamento dei rifiuti proposto dalla Ecoparco Srl è stato sequestrato dalla Procura di Velletri. I comitati ambientalisti ora chiedono le dimissioni del sindaco Fausto Servadio

dal sito http://castelli.romatoday.it/ di Francesca Ragno



Con un'operazione congiunta di guardia di finanza e corpo forestale dello Stato per ordine della Procura della Repubblica di Velletri, l'ex cava di pozzolana nella zona di Lazzaria nel comune veliterno è stata posta sotto sequestro. Tutta l'area è nota alle cronache giornalistiche da quando in estate si è diffusa la notizia della volontà da parte della società Ecoparco di realizzare nell'area un mega impianto di trattamento dei rifiuti, una discarica in poche parole. Secondo le prime indagini nell'ex cava,  ora dismessa, sono stati sversati illegalmente rifiuti pericolosi, soprattutti fanghi da depurazione e inerti provenienti da demolizioni.

Per la precisione nella nota di stampa diffusa dalla Forestale si legge: “A seguito di indagini geognostiche condotte dal Nucleo specializzato del Corpo forestale dello Stato in collaborazione con l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, nel corso del controllo all'interno dell'originario perimetro di cava sono stati individuati siti con illecito interramento di rifiuti. Le operazioni di scavo, immediatamente disposte, hanno finora portato alla luce rifiuti di varia natura, tra cui fanghi di depurazione e materiali inerti provenienti da attività di demolizione, interrati. Nel corso delle operazioni sono stati rinvenuti anche resti di ordigni militari.”

Le indiscrezioni sulle indagini si erano diffuse già nelle settimane scorse tanto da indurre i partiti di opposizione e chiedere delucidazioni al primo cittadino Fausto Servadio: "Un mese fa avevamo tentato in Consiglio comunale di chiedere al Sindaco se ci metteva a conoscenza delle indagini in corso apparse sui giornali e l'amministrazione sembrava esserne del tutto ignara - scrive il Movimento 5 stelle di Velletri sulla sua pagina facebook-  Ignari come lo erano del progetto di discarica apparso su quel terreno, ignari come lo sono stati riguardo la situazione di elettrosmog del territorio, ignari ed immobili di fronte ad una devastante autostrada che taglierà le campagne veliterne. In questi anni abbiamo continuato ad assistere ad un solo progetto per la nostra città: business su cemento e immondizia".

I grillini veliterni non possono che non fare un collegamento diretto con la più famigerata Terra dei fuochi nel casertano: "Oggi abbiamo scoperto rifiuti speciali in una cava vicina alla ex discarica ancora da bonificare, abbiamo scoperto che sul territorio incidono altre ex discariche mai bonificate. Siamo noi la terra dei fuochi e siamo terra di conquista della speculazione peggiore e riteniamo che responsabili di questa mancanza di controllo e buon progetto siano gli assessori all'urbanistica ed all'ambiente di cui chiederemo l'immediata sfiducia da parte del Consiglio comunale, augurandoci che i consiglieri responsabili e che hanno a cuore la loro città supportino l'iniziativa".

Più duro il Comitato No Biogas No Discarica, che proprio nei giorni scorsi aveva organizzato un sit-in sotto il palazzo comunale per dire no al progetto di megadiscarica e alla costruzione di un impianto di compostaggio industriale: "Il Comitato No Biogas No Discarica ha già da tempo espresso le sue preoccupazioni sui presunti traffici di rifiuti in quell'area riferiti sui numerosi articoli apparsi sulla stampa locale e nazionale, preoccupazioni fondate che cambiano totalmente lo scenario attuale di operazioni discutibili, pericolose per la salute e l’ambiente. A quanto risulta le ricerche proseguiranno nell’area, segno evidente che ad essere interrato è stato anche altro materiale".

Il Comitato attacca direttamente l'amministrazione comunale chiedendo le dimissioni di sindaco e assessori: " Presumiamo che l'indagine riguardi i proprietari vecchi e nuovi ma l’Amministrazione Comunale di Velletri dov’era? L' Assessore all’Ambiente, all’Urbanistica e lo stesso Sindaco cosa hanno fatto per tutelare la salute ed il territorio? Avete sentito parlare l'Amministrazione di rispetto per l'ambiente, il territorio, il paesaggio, l'agricoltura e la salute ? Qualcuno ricorda di averli sentiti parlare di ambiente? Noi non ci stiamo: non meritate di rappresentarci, i nostri figli non meritano tutto ciò! Le vostre dimissioni sono davvero un atto dovuto verso i cittadini di Velletri".

 
Sblocca Italia, piano Renzi per inceneritori: “Rifiuti da fuori Regione e nuovi impianti” PDF Stampa E-mail
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Il decreto segue la linea già seguita dall'ex premier Letta e aggiunge la possibilità di costruire nuovi forni per arrivare alla dismissione delle discariche. Si intende contemporaneamente favorire la raccolta differenziata, ma sarà meno conveniente

da http://www.ilfattoquotidiano.it di Silvia Bia

Nel futuro dell’Italia i rifiuti viaggeranno da nord a sud e saranno smaltiti non solo negli inceneritori già attivi, ma anche in impianti nuovi che saranno realizzati nei prossimi anni. C’è l’impegno per la raccolta differenziata, ma sarà meno conveniente a livello economico dopo l’investimento su altri forni: gestiti da società partecipate con l’aiuto dello Stato, per far funzionare i conti dovranno continuare a bruciare immondizia. È quanto potrebbe accadere secondo il decreto Sblocca Italia, che alla voce “ambiente” porta avanti, in merito alla politica di gestione rifiuti, tutte le strategie già messe in piedi dal governo di Enrico Letta. E non solo. Secondo le prime bozze del provvedimento, e che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere, la linea di Matteo Renzi supera addirittura la strada già tracciata dall’allora ministro all’Ambiente Andrea Orlando.

Nel collegato alla legge di stabilità, in definizione in questi giorni, era proposta l’individuazione di una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti”. Un provvedimento che dava via libera di fatto alla circolazione dell’immondizia da una regione all’altra, sfruttando gli inceneritori esistenti a livello nazionale in modo che le regioni con più impianti, come quelle del nord Italia, sopperissero alle mancanze di quelle del sud, bruciando i rifiuti provenienti oltre i confini dei bacini di riferimento locale. Nel decreto Sblocca Italia messo a punto dal nuovo ministro Gian Luca Galletti la musica non cambia, e si prevede persino la costruzione di nuovi impianti “di termotrattamento”, che nel documento vengono definiti “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”. Il testo è in fase di lavorazione e il punto in questione, come risulta dalla bozza, è ancora da valutare, ma le intenzioni sembrano essere quelle di ampliare la rete esistente di inceneritori. Compito del governo sarà quello di individuare tutti gli impianti (sia quelli esistenti che da realizzare) per creare un sistema integrato di gestione rifiuti per portare l’Italia all’autosufficienza nel settore, favorendo al contempo la raccolta differenziata e dismettendo progressivamente le discariche. Il ministro Galletti, interpellato dal fattoquotidiano.it, ha fatto sapere tramite il suo portavoce di essere impegnato in una riunione della commissione Ambiente e non ha voluto dare ulteriori chiarimenti in merito alla posizione del governo sugli inceneritori e le politiche di gestione dei rifiuti.

Oltre il dibattito politico, il problema resta economico. Ad esempio l’inceneritore che più ha fatto parlare di sé nell’ultimo periodo è quello di Parma. Il forno di Ugozzolo è costato 190 milioni di euro (che secondo la Commissione Ue sono diventati 315 milioni). Approvato dall’ex amministrazione di centrodestra e dal Pd, l’impianto di Parma è acceso da agosto 2013. Il via libera definitivo è arrivato dal Tar nel gennaio 2014. L’amministrazione del sindaco 5 Stelle Federico Pizzarotti nulla ha potuto per fermare l’accensione dell’impianto e per questo ha cercato di “affamarlo” sviluppando al massimo la raccolta differenziata. Questa con il porta a porta è arrivata al 70 per cento (con un costo di 154 euro a tonnellata) e l’obiettivo del Comune è quello di arrivare all’80 per cento in tempi brevi. Ma il problema dell’inceneritore è che più brucia più guadagna: ad esempio, secondo le tariffe pubblicate due anni fa da Iren, per il periodo che va dal 2013 al 2032 ogni tonnellata di rifiuti costa ai cittadini di Parma 168 euro per una base annua che a pieno regime dovrebbe aggirarsi intorno alle 130mila tonnellate annue. La città di Pizzarotti ha ridotto in 18 mesi i rifiuti di 15mila tonnellate rispetto all’anno precedente e a maggio ha celebrato simbolicamente “il funerale del cassonetto”, chiudendo nel centro storico anche l’ultimo punto di raccolta dell’immondizia. Sforzi che restano inutili, e poco convenienti, se gli inceneritori potranno bruciare anche rifiuti che vengono da fuori area e con maggiori incentivi.

Per questo la proposta di una rete nazionale integrata degli inceneritori aveva già creato malumori in regioni come l’Emilia Romagna e la Lombardia, dove, insieme alla Toscana, si concentra il maggior numero degli impianti presenti in Italia. Spalancare le porte dei forni ai rifiuti oltre le regioni danneggerebbe infatti le realtà che da anni hanno avviato una politica di smaltimento rifiuti e di raccolta differenziata nell’ottica di spegnere o ridurre il funzionamento degli impianti, che invece, con l’arrivo di spazzatura da tutta Italia, continuerebbero a bruciare a pieno regime. La costruzione di nuovi inceneritori però apre nuovi scenari, perché in questo caso sarà il governo centrale a imporre gli impianti, che come si legge dalla bozza dello Sblocca Italia, saranno “individuati con finalità di progressivo riequilibrio socio economico tra le aree del territorio nazionale” e considerati di importanza strategica a livello nazionale per la tutela della salute e dell’ambiente.

L’allarme è stato lanciato dai portavoce del M5S Lombardia sul blog di Beppe Grillo, che hanno puntato il dito contro la “realizzazione manu militari degli inceneritori”, parlando di “svolta autoritaria del governo”. Secondo il Movimento, le prime avvisaglie delle nuove intenzioni del Governo in tema rifiuti si erano manifestate a inizio agosto con l’approvazione del decreto legge 91 che dà il via libera alla gestione commissariale per la realizzazione di un impianto di incenerimento a Salerno, che dovrebbe risolvere il problema spazzatura in Campania. “Costruire l’inceneritore a Salerno è un modo per chiudere un ciclo di illeciti senza pensare alle conseguenze sull’ambiente, per risolvere il problema delle ecoballe e della terra dei fuochi” spiega Alberto Zolezzi, deputato M5S. La svolta sugli inceneritori prosegue nella bozza dello Sblocca Italia, in cui si parla genericamente di “misure urgenti per l’individuazione e la realizzazione di impianti per il recupero di energia dai rifiuti urbani e speciali”, dando mandato al Governo di procedere verso la creazione di una rete integrata che aprirà le porte degli impianti a tutte le regioni, realizzandone di nuovi, dove necessario.

Per il Movimento 5 stelle i tre provvedimenti – dl 91, collegato ambientale e Sblocca Italia sono tre fronti diversi, anche se collegati, che costituiscono “un vero e proprio attacco all’ambiente da parte del Governo”, che andrebbe invece a favorire le società che gestiscono e realizzano gli impianti, danneggiando la salute dei cittadini. “Con la scusa di semplificare – aggiunge Zolezzi – si preferisce seguire la logica delle speculazioni per accontentare le lobby, invece di investire nelle bonifiche e nei progetti di riciclo e recupero”.

 
Una valanga di monnezza in arrivo a Velletri PDF Stampa E-mail
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OCCHIO !!!
Il 25 agosto è stata inviata al Comune di Velletri l'istanza di pubblicazione di una Valutazione di Impatto Ambientale di un polo per il trattamento dei rifiuti da parte della società privata Ecoparco Srl.
Un progetto composto da cinque impianti:
- impianto di trattamento ed essiccazione con produzione di Css per 100.000/t anno;
- impianto di compostaggio per 40.000/t anno;
- impianto di trattamento del percolato per 30.000/t anno;
- discarica per 100.000/t anno;
- impianto di distribuzione del gas prodotto dagli impianti.

Complessivamente sarebbero gestite circa 270.000/t anno. L'area dell'impianto è situata nei pressi del carcere di Lazzaria dove attualmente esiste una cava di pozzolana esaurita.

Ecco un piccolo estratto della descrizione del polo rifiuti.

 
Rifiuti, annullate dal Tar le inerdittive antimafia sugli impianti di Cerroni PDF Stampa E-mail
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Difetto di istruttoria e motivazione": le motivazioni dei giudici della sezione ter del Lazio
dal sito: http://roma.repubblica.it/

I giudici della sezione prima ter del Tar del lazio hanno annullato per "difetto di istruttoria e motivazione" le interdittive antimafia emesse a gennaio e marzo scorsi dal prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, contro le società della galassia Cerroni proprietarie dei due tmb di Roma a Malagrotta, del tritovagliatore di Rocca Cencia e del tmb di Albano. Quel provvedimento aveva costretto i sindaci di Roma e Albano a emanare delle ordinanze per consentire alle società che svolgono il servizio di raccolta rifiuti di continuare a conferire presso quegli impianti i cui proprietari erano interdetti a stipulare accordi.

I giudici amministrativi hanno accolto le istanze sollevate dal legale, Angelo Clarizia, sostenendo che "sebbene sia esatto che le organizzazioni mafiose comunque denominate, abbiano ormai da anni grande interesse nel settore dei rifiuti, tanto da essere stato coniato il termine 'ecomafie', ciò non implica necessariamente che tutti i soggetti sottoposti ad una misura cautelare o rinviati a giudizio del traffico organizzato di rifiuti - per il solo fatto di essere imputati di quel particolare reato - siano automaticamente a rischio di collusione con ambienti della criminalità organizzata e che come tali non forniscano più sufficienti garanzie per la pa". Perché "detta valutazione, o se vogliamo, detta presunzione, non può essere assoluta, tenuto conto degli effetti dirompenti prodotti dall'interdittiva, ma deve essere relativa, dovendo il prefetto verificare comunque - prima di adottare il provvedimento - l'esistenza della concreta possibilità di interferenze mafiose (come del resto si evince anche dalla circolare ministeriale richiamata dalla difesa del consorzio ricorrente).

Se così non fosse, come ha rilevato la difesa del consorzio verrebbe violato il principio di proporzionalità, in quanto per un pericolo presunto basato su una fattispecie normativa, si lederebbe la libertà di impresa, con ricadute anche a livello occupazionale".In quanto "verrebbe meno il prudente bilanciamento tra gli interessi alla libertà di iniziativa di impresa e la concorrente tutela delle condizioni di sicurezza e di ordine pubblico perseguite dalle norme di prevenzione".

Il Tar nella sentenza ricorda che "il consorzio ricorrente ha dedotto nel primo motivo di impugnazione il difetto di istruttoria e di motivazione, rilevando che il provvedimento del prefetto è stato adottato sulla sola base del provvedimento del giudice penale senza lo svolgimento di alcuna istruttoria, e ciò sebbene nell'ordinanza del gip di oltre 400 pagine, mai si facesse riferimento a possibili contatti con soggetti legati alla criminalità organizzata". Le istanze di Colari, sottolineano i giudici, "non sono state contestate dall'amministrazione, che ha fondato la sua difesa esclusivamente sulla tesi dell'automaticità dell'informativa, senza addurre - oltre alla questione relativa all'informativa relativa alla società Pontina ambiente oggetto del secondo motivo di ricorso, e dunque esaminata in seguito - nessun altro elemento indiziario idoneo a corroborare la presunzione derivante dal particolare tipo di reato, per il quale il presidente del consiglio di amministrazione ed i suoi collaboratori sono stati dapprima sottoposti a misura cautelare e poi sottoposti a giudizio immediato".

Pertanto "la tesi del consorzio è pienamente condivisibile, tenuto conto che dagli atti prodotti in giudizio, anche dopo l'ordinanza istruttoria disposta dal Tribunale, nessun altro elemento istruttorio recente è stato prodotto, al di fuori dell'ordinanza del gip e del decreto che dispone il giudizio immediato, e che da tali atti non si evince alcunché da cui desumere i tentativi di infiltrazione mafiosa. La documentazione prodotta dall'avvocatura erariale il 17 maggio 2014 si riferisce, infatti, all'istruttoria antecedente all'adozione dell'informativa del 2006 nei confronti della società Pontina Ambiente. Nonostante la gravità dei capi di imputazione, nessun riferimento a contatti con ambienti della malavita organizzata si evince dai provvedimenti del giudice penale, tali da poter far ipotizzare l'esistenza di rischi di contaminazioni con le 'ecomafie'".

Contestualmente il Tar ha anche annullato la (seppure decaduta) prima ordinanza del sindaco Ignazio Marino, che ha consentito di portare ai tre impianti di Colari della Capitale parte dei rifiuti raccolti da Ama dal 21 febbraio al 21 maggio.

 
E' iniziato il processo a Cerroni PDF Stampa E-mail
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di Fabio Carosi dal sito http://affaritaliani.it

Si parte. E con uno scadenzario da maxi evento. La prima udienza del processo a trent'anni di “monnezzopoli” è fissata per giovedì 5 giugno alle ore 9, quando accusa e difesa daranno il via alla tenzone con il deposito delle costituzioni di parte civile e altri tecnicismi che porteranno ad un primo rinvio.
Ma che il Pm Alberto Galanti voglia fare in fretta si è intuito sia col “giudizio immediato”, sia con il progetto di costruire un un processo rapidissimo fissando udienze ogni mercoledì. Un ritmo serratissimo che la dice lunga sulla volontà di arrivare in tempi ridotti alle sentenze di primo grado.
Sul banco, con il re dei rifiuti Manlio Cerroni, Bruno Landi, Francesco Rando, Piero Giovi, Giuseppe Sicignano per quanto riguarda il gruppo di imprese che fanno capo a Cerroni e poi la “parte pubblica” rappresentata da Luca Fegatelli ex dirigente dell'Area Rifiuti della Regione Lazio e Raniero De Filippis. Per tutti le accuse sono pesantissime: associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti ma, a seconda delle singole posizioni, la violazione delle norme amministrative in materia di smaltimento e la truffa in pubbliche forniture.
In poche parole, l'indagine del Noe che lo scorso 9 gennaio ha portato all'arresto dei manager e dei funzionari pubblici e all'iscrizione nel registro degli indagati di decine di persone, tra cui l'ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, disegna un quadro scioccante: per tre decenni il Gruppo Cerroni grazie alla sudditanza o alla compiacenza di tutto lo schieramento politico romano, avrebbe controllato l'intero ciclo “attivo” dei rifiuti (esclusa la raccolta), garantendosi un monopolio invincibile. E questo sino a quando l'inchiesta non avrebbe messo in luce la “ragnatela Cerroni”.
A supporto dell'accusa decine e decine di intercettazioni di conversazioni parziali, attraverso le quali l'indagine avrebbe ricostruito il ruolo di ciascun personaggio, sino a confezionare “un'associazione a delinquere”, costituita da soggetti che per motivi professionali non potevano non interloquire tra di loro, soprattutto nei momenti caldi delle emergenze rifiuti e dei diversi commissariamenti che hanno permesso alla politica di affidare a soggetti terzi il problema dei rifiuti.
La madre di tutte le accuse è dunque quella di essere tentacoli di un'unica piovra che si sarebbe riprodotta ad ogni cambio di Giunta Regionale e di sindaco di Roma. Un fatto unico, che rende il processo di per sé come il più interessante della storia romana degli ultimi anni.
Tra discariche, produzioni di combustibile da rifiuti e battaglie autorizzative, si profila come evento “speciale” la storia del gassificatore di Albano. Grazie al libro-racconto presentato da Cerroni a pochi giorni dal processo si può evincere quale sarà la sua linea difensiva, ma anche alcune stranezze processuali. Come, ad esempio, lo stralcio del ruolo di Acea e Ama dal processo, pur avendo nel Consorzio Coema una partecipazione assolutamente maggioritaria. Se è vero che Cerroni “spingeva” per accendere il superforno che avrebbe mangiato i rifiuti, è altrettanto vero che i vantaggi economici rilevanti sarebbe stati per le due aziende sotto il controllo pubblico. Tant'è che “il giorno dopo l'autorizzazione per il gassificatore – scrive Cerroni a pagina 115 del suo libro – le azioni del'Acea hanno avuto in borsa un balzo del 4%, con profitto rilevante dalla sera alla mattina degli azionisti”. E poi conclude: “Varrebbe la pena fare un conto esatto dell'operaqzione finanziari scaturita da fonti rinnovabili e non solo”.

Insomma a leggere quelle che poi saranno parte della “carte della difesa”, Manlio Cerroni avrebbe imbastito un'operazione per far guadagnare la parte pubblica”.

 
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